HOME
Libri
Books
Novità
News

Contatti
Contacts

 

Kaiten

INDICE

Introduzione

I. La nascita di una nuova arma
II. La selezione dei volontari
III. L'addestramento
IV. Morti in addestramento
V. La prima missione: il gruppo Kikusui (partenza 8 novembre 1944)
VI. La seconda missione: il gruppo Kongo (partenza 29 dicembre 1944)
VII. La terza missione: il gruppo Chihaya (partenza 20 febbraio 1945)
VIII. La quarta missione: il gruppo Shimbu (partenza 1 marzo 1945)
IX. La quinta missione: il gruppo Tatara (partenza 28 marzo 1945)
X. La sesta missione: il gruppo Tembu (partenza 20 aprile 1945)
XI. La settima missione: il gruppo Shimbu (partenza 5 maggio 1945)
XII. L'ottava missione: il gruppo Todoroki (partenza 23 maggio 1945)
XIII. La nona missione: il gruppo Tamon (partenza 14 luglio 1945)
XIV. L'ultima missione e la fine della guerra 161
XV. Lettere d'addio
XVI. I monumenti ai Caduti

Appendici
A. Gradi della Marina Imperiale Giapponese
B. Piloti kaiten identificati che hanno partecipato alle missioni
C. Prospetto delle missioni
D. Sommergibili impiegati nelle missioni
E. Caratteristiche tecniche dei sommergibili impiegati nelle missioni

Allegati
1. U.S. Naval Technical Mission to Japan
Ship and related targets. Japanese suicide crafts
2. U.S. Naval Technical Mission to Japan
Japanese torpedoes and tubes. Article 1. Ship and kaiten torpedoes

Bibliografia

Marco Montagna
KAITEN!

I siluri umani giapponesi nella seconda guerra mondiale 1944-1945
Formato 16,5x24 cm, brossura, 232 pagine, 240 illustrazioni in b/n, € 20,00


Nel febbraio 1944 l’Alto Comando della Marina Imperiale giapponese approvò il progetto di due giovani ufficiali, Hiroshi Kuroki e Sekio Nishina. Si trattava di una nuova e micidiale arma suicida, un siluro a guida umana, il kaiten. Nelle intenzioni dei due inventori la nuova arma avrebbe dovuto mutare le sorti della guerra a favore del Giappone. La prima missione, composta da tre sommergibili con a bordo quattro kaiten ciascuno, venne effettuata nel novembre 1944 e vide come obiettivo le numerose navi americane ancorate nell’atollo di Ulithi, nelle Isole Caroline. Nonostante l’esiguo risultato materiale, l’effetto psicologico sugli Alleati fu notevole. A questa missione ne seguirono altre nove, con alterne fortune, fino all’agosto 1945, quando le due bombe atomiche, sganciate su Hiroshima e Nagasaki, determinarono la resa incondizionata del Giappone e quindi la fine delle ostilità. L’attacco suicida non fu un valido metodo di guerra, ma un’azione dettata dalla disperazione. Dal punto di vista strategico fu uno spreco di risorse. Troppe vite e mezzi persi per distruggere o danneggiare una minima parte dell’inesauribile potenziale bellico nemico.